di Terry L. Johson

Io sono il buon pastore. Il buon pastore mette la sua vita per le pecore” (Giovanni 10:11).
Fra i titoli più belli di Cristo c’è quello del “buon pastore”. Mai a riposo, sempre vigilante, esposto agli elementi climatici, vulnerabile ai predatori, il buon pastore persiste nel guidare, curare, provvedere e proteggere le sue pecore. Le sue pecore? Siamo noi. Noi siamo pecore senza difesa, creature incapaci sia di combattere che di fuggire, prone a vagare, facili a perdersi, pronte a seguire alla cieca e disperatamente in bisogno di essere saggiamente pasturate. Gesù è tutto questo per noi.

Notiamo il pronome personale plurale alla fine dalla frase precedente: per noi. Le benedizioni del pasturato del buon pastore Gesù certamente si applicano a noi individualmente. Il Signore è il mio pastore, e di conseguenza non mi mancherà nulla. Secondo il Salmo 23, egli mi guiderà in verdeggianti pascoli, lungo le acque chete. In questi versetti il pronome personale di prima persona è prominente dall’inizio fino alla fine: “Io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni” (Salmo 23:6).

L’applicazione principale della metafora del buon pastore in Giovanni 10 è, comunque, per noi in modo collettivo, il popolo di Dio nel suo insieme. “Pecore” in Greco è una parola plurale; le benedizioni del buon pastore sono promesse al popolo di Dio in modo collettivo. Gesù ci posiziona in un insieme, in un gregge (Giovanni 10:1-5), ci conduce e guida dentro e fuori, insieme, a pasturare ed abbondare (Giovanni 10:11). Vi sono, poi, “altre pecore” che non fanno parte di questo gregge, cioè non della corrente etnica-nazionale del suo tempo, che la Bibbia indica come Israele, che devono essere prese e portate a far parte del gregge, in modo che vi possa essere un gregge unico sotto la direzione di un unico pastore. Questo gregge unico è la Chiesa in cui Israele è trasformato.

Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16).

Pecore, gregge, ovile, si tratta tutti di entità plurali; le amorevoli promesse di Dio in collegamento con il buon pastore sono fatte al popolo di Dio in modo collettivo, inizialmente ad Israele, poi alla Chiesa. Consideriamo questo insegnamento nel vangelo di Giovanni 16:18, equivalente di Matteo 16:18. Gesù sta edificando la sua Chiesa. L’applicazione primaria della metafora del buon pastore è proprio al gregge, la beneficiaria principale dell’opera da pastore di Gesù, della sua cura, dei suoi provvedimenti, della sua protezione, è proprio la Chiesa nel suo collettivo. Noi ne beneficiamo individualmente fintanto che facciamo parte della collettività. Le sue benedizioni sono assaporate ed applicate all’interno del gregge, mentre egli tiene a bada lupi e ladri (10:2,10). I suoi provvedimenti vengono ricevuti dalle pecore (plurale) man mano che egli le conduce ai pascoli ed a sorgenti abbondanti (10:9,10). Il pronome personale che viene usato anche in riferimento alla vita “abbondante” è plurale, indicando che la realtà considerata è quella del popolo di Dio nel suo raggruppamento.

L’applicazione della metafora del “buon pastore” a cui stiamo mirando è alquanto ovvia. Le benedizioni del pasturato del buon pastore si trovano nella Chiesa insieme alle altre pecore. È lì che si trovano la sicurezza ed il provvedimento; una pecora da sola, separata dal gregge, è anche separata dalla cura del pastore, e perciò è più vulnerabile, a tal punto che non può neppure sopravvivere così per lungo tempo, si trova in pericolo di morte. Allo stesso modo, anche un piccolo gruppo di pecore, che vagano in giro da sole, lontane dal gregge, sono esposte agli elementi ed ai predatori.

Le pecore appartengono nel gregge sotto la cura del buon pastore e dei suoi responsabili ai quali egli ha affidato ed affida le cure (10:1-5); “pecore del gregge di Dio” come amministratori e responsabili del “pastore capo”, “anziani-guida incaricati” (1 Pietro 5:2,4): “Pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge. E quando apparirà il supremo pastore, riceverete la corona della gloria che non appassisce”. Gli anziani della Chiesa sono incaricati, perché la vita è abbastanza pericolosa all’interno del gregge, in particolare a causa dei lupi rapaci che dall’esterno entreranno all’interno del gregge: “Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza si introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge” (Atti 20:28-29). Fuori è totalmente letale; solo come parte di un gregge possiamo avere fiducia della correzione e protezione del bastone del buon pastore, nonché della guida della sua verga.

Terry L. Johson è ministro senior della Independent Presbyterian Church in Savannah, GA. Egli è autore di vari libri, inclusi: “Leading in Worship” (“La guida nell’adorazione”), “Worshipping with Calvin” (“Adorare con Calvino”), “Serving with Calvin” (“Servire con Calvino”) e “The Identity and Attributes of God” (“L’identità e gli attributi di Dio”).

Testo pubblicato originariamente sul sito di reformation21. Tradotto e riprodotto qui con l’autorizzazione da parte dell’editore Alliance of Confessing Evangelical. Il suo utilizzo totale o parziale è proibito in ogni forma previa richiesta e autorizzazione di SoliDeoGloria. Il contenuto del presente articolo non è alterabile o vendibile in alcun forma.
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