di J.D. Greear

Leggere Romani 16 mi fa venire in mente una tradizione della mia famiglia per il giorno di Capodanno. Mia mamma cucinava il pasticcio di carne con i crauti, un piatto che non mangiavamo in nessun altro periodo dell’anno e che consideravo abbastanza rivoltante. A Capodanno, tuttavia, diventava il mio piatto preferito perché mia mamma nascondeva per noi delle piccole monete fra i crauti. Forse il denaro rappresentava la prosperità che ci si augurava per il nuovo anno; forse era una parabola culinaria del valore di uno stile di vita agreste; forse mia mamma si era inventata tutto di sana pianta. Sto divagando. Come ho detto, Romani 16 mi ricorda di quei crauti e di quelle monete.

Il lungo elenco di nomi contenuti in questo passo potrebbe sembrare un modo insolito e abbastanza casuale di concludere uno dei più potenti libri della Bibbia. Sono solo “crauti” per la maggior parte della gente, come i titoli di coda dopo un film. Non si rimane a guardare i titoli di coda a meno che qualcuno non ci abbia detto che alla fine di tutto ci sarà un finale nascosto oppure le gaffes degli attori. Nascosti in mezzo a tutti i “crauti” di quei nomi, però, ci sono alcune preziose monete. Non sappiamo molto dei 26 personaggi menzionati da Paolo, ma ciò che quei nomi rivelano è che nella chiesa primitiva vi era una significativa “diversità”. Potrebbe suonare strano per noi, ma quei nomi comunicano “unità nella diversità” in tre aree.

I nomi rivelano una diversità di etnie
Alcuni dei nomi sono ebrei, altri gentili; provengono dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Europa. Unire Giudei e Gentili nella stessa chiesa sollevava tutta una serie di questioni culturali e politiche che Paolo trattò ripetutamente in questa lettera ai Romani. Viene da chiedersi se non fosse più semplice fondare direttamente due congregazioni separate, così come sarebbe più facile oggi creare le chiese in base all’etnia. Paolo sapeva che l’unità dimostrata da questi credenti era un’importante testimonianza per il Vangelo. Se crediamo davvero in questo, oggi, non ci limiteremo soltanto a ospitare eventi multietnici, bensì vivremo delle vite multietniche. L’unità multietnica nei week end deriva da un’amicizia multietnica vissuta nel corso dell’intera settimana.

I nomi rivelano una diversità di classe
Alcune delle persone citate erano piuttosto abbienti, come Aristobulo e Narcisso, i quali erano alla guida di case o “tenute”. Alcuni ritengono che Aristobulo fosse il nipote di Erode il Grande, e Paolo riconosce Erasto come il tesoriere della città. Altri nomi, come Rufo e Urbano, erano comuni fra gli schiavi e, tuttavia, nella chiesa di Roma sedevano tutti insieme come membri di chiesa di uguale dignità. Ecco quello che si trova dietro il comandamento di Paolo in Romani 16:16: “Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio”. L’enfasi si trova sulla parola “santo”, a indicare un bacio sula guancia che era segno di uguaglianza e amicizia. Nella chiesa primitiva, i nobili e gli schiavi si ritrovavano insieme allo stesso livello.

I nomi rivelano diversità nel genere
Dei 26 nomi menzionati, nove sono femminili. Per i lettori contemporanei potrebbe sembrare che Paolo stia calcando un po’ troppo la mano sul versante maschile, ma per un lettore antico, era semplicemente scioccante che si includessero le donne e che lo si facesse in una proporzione così rilevante. Paolo non stava facendo semplicemente un applauso a queste donne: egli si stava riferendo a loro come “collaboratrici” e “compagne d’opera” (verso 3). Esse erano indispensabili per la vita della prima chiesa. Particolarmente degna di nota è la donna che fa capo all’intera lista, Febe, alla quale è attribuito il termine diakonos (diaconessa) sebbene alcune traduzioni dicano “serva”. I diaconi erano un gruppo di persone, come dice Paolo in 1 Timoteo 3, incaricate di lavorare al fianco dei pastori per andare incontro ai bisogni materiali e fisici sia all’interno sia all’esterno della chiesa.

Non possiamo affermare con certezza in quale accezione Paolo stesse utilizzando il termine diakonos, ma sappiamo che Paolo riconosceva in Febe una “collaboratrice” e che le stava conferendo un compito molto importante: portare il libro dei Romani ai Romani. La frase iniziale (“vi raccomando Febe”) è un indizio caratteristico del primo secolo che si riferiva a chi aveva l’incarico di portare le lettere. Pensate a quanto Paolo si fidasse di Febe: non soltanto che ella portasse a destinazione la lettera ma che fosse altresì in grado di rispondere a ogni eventuale domanda in merito. Febe doveva essere istruita sulla teologia di quella lettera così come lo era l’apostolo Paolo! Paolo menziona anche Prisca o Priscilla (verso 3), la quale come sappiamo aiutò il mentore Apollo, un predicatore ben noto della chiesa dei primi tempi. Donne come Priscilla e Febe non venivano “coinvolte” nella vita di chiesa per fare fotocopie o portare il caffè agli uomini addetti al “vero lavoro” della chiesa. No. Esse erano personaggi preminenti e influenti nei ministeri della prima chiesa; erano donne che facevano discepoli ed erano leader a pieno titolo. Nella società, adesso più che mai, sembriamo incapaci di unire dei gruppi che non siano già affini: dove si trova un gruppo che trascenda differenze di genere, di classe e di etnia?

L’unico luogo dove ciò accadde, nel mondo antico, fu la chiesa. E sono convinto che la chiesa locale sia ancora oggi l’unico posto dove possa realizzarsi questo tipo di “unità nella diversità”. È un’unità per cui prego quotidianamente, un’unità che Dio desidera e che ha promesso di portare a coloro che sono sufficientemente umili da lasciargli compiere la Sua opera.

J.D. Greear

Testo pubblicato originariamente sul sito di J.D. Greear Ministries. Tradotto e riprodotto qui con l’autorizzazione da parte dell’editore J.D. Greear Ministries. Il suo utilizzo totale o parziale è proibito in ogni forma previa richiesta e autorizzazione di SoliDeoGloria. Il contenuto del presente articolo non è alterabile o vendibile in alcun forma.
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