di Ligon Duncan

Che cosa deve fare il predicatore riguardo all’inferno ed alla punizione eterna? Nella nostra epoca ed ai nostri giorni queste verità colpiscono alcuni come fossero comiche, altri come se fossero crudeli. Per alcuni l’inferno è una barzelletta ed ha a che fare con piccoli diavoletti in calzamaglie rosse (secondo gli insegnamenti dei fumettisti), un posto dove abbondano i piaceri illeciti (se crediamo ai media di intrattenimento, per non menzionare l’industria dei porno). I media evocano immagini di predicatori di vecchio stile, con la faccia rossa (prima di riscontrare che soltanto i “belli” sono seguiti ed ascoltati in tv) che parlano del disdegnato “stagno di fuoco e di zolfo”.
D’altra parte, in luoghi più colti: università, seminari seri e magari produzioni giornalistiche di maggiore impatto, l’accettazione del credo generale di un tale posto di destinazione per i non redenti evoca orrore da parte degli illuminati. Come si può mai credere in qualcosa di così primitivo, di così retrogrado, cattivo, esclusivista ed intollerante? Un relativismo ed universalismo rampante rende l’inferno l’unica eresia da evitare.

Nel frattempo, noi abbiamo i nostri problemi personali nei nostri circoli culturali di Cristiani conservatori a proposito dell’inferno. Vi sono dei seri studiosi di reputazione evangelica che hanno creato dei profondi dubbi nella mente di alcuni dei migliori giovani predicatori. Essi hanno trasmesso che l’insegnamento tradizionale delle chiese non è biblico; il rispettato ed esemplare John Stott faceva parte di un gruppo di Evangelici britannici che ha suggerito l’idea di una immortalità condizionata quale alternativa al punto di vista storico (sebbene egli abbia ultimamente ripiegato nell’agnosticismo sulla questione).
Clark Pinnock ed altri hanno promosso dei rinnovamenti più completi in proposito, poi vi sono coloro che reagiscono contro l’abuso di quest’insegnamento ai giorni della loro gioventù fondamentalista. Essi cercano di ignorare quest’argomento, come se non esistesse. Durante gli ultimi decenni, alcuni professionisti nel movimento della crescita della Chiesa hanno pensato di respingere del tutto la dottrina dal loro lessico evangelistico (insieme a quella del peccato, del giudizio e simili), perché, essi dicono, non si collegano esistenzialmente con la nostra generazione ed, anzi, spinge via alcuni dal Vangelo.
E poi, certamente, Rob Bell ha istigato una controversia col suo libro Love Wins (“L’amore vince”), in cui ha presentato il caso di qualcosa come l’universalismo o redenzione universale in un modo che l’idea è diventata molto attraente per molti.
Allora come si fa ad affrontare queste dure verità? In che modo la realtà dell’inferno e della punizione senza fine fanno una differenza nella nostra predicazione? Come possiamo affrontare l’argomento in modo responsabile ed appropriato? Che cosa bisogna evitare quando si trattano questi argomenti e come dobbiamo predicare l’inferno e la punizione eterna (se dobbiamo farlo)?  

Consideriamo l’inferno in modo testuale
Per cominciare, dobbiamo essere abbastanza realistici da riconoscere che a meno che non seguiamo un piano sistematico per la predicazione biblica, facilmente eviteremo l’argomento. Ecco quando la predicazione a “lectio continua” (procedere per libri, libro per libro, capitolo per capitolo, versetto per versetto) o insegnare usando i grandi catechismi della fede può essere davvero utile.
Un tale approccio, infatti, forza il ministro a trattare anche gli argomenti e le verità difficili, allevviandolo in tal modo dalla possibilità di scegliere solo gli argomenti facili o a concentrarsi su temi di secondaria importanza.
Il ministro che predica le Scritture in modo consecutivo, può guardare alla sua congregazione e dire semplicemente: “Questi versetti seguono quelli che abbiamo esaminato o studiato la volta scorsa e, per quanto scomodi possano sembrare per alcuni, l’integrità richiede che noi li consideriamo”.
Potrebbe sorprendervi scoprire quanto simpatetici anche i Cristiani “nervosetti” ed i ricercatori intellettuali possono reagire ed accettare una tale affermazione franca.

Bisogna parlare dell’inferno in modo franco
Dobbiamo, allora, essere completamente convinti delle origini bibliche e dei contorni di questa dottrina. Se saliamo dietro il pulpito con il minimo dubbio a riguardo, si vedrà; quando la certezza viene minata da qualche pensatore accademico contro l’insegnamento biblico, allora la verità deve essere studiata fino ad ottenere una chiara convinzione.
Bisogna cominciare ad esaminare i non-credenti, inoltre, con lo stesso tipo di pathos e compassione che Gesù ed i suoi discepoli hanno mostrato quando hanno contemplato l’anima mortale e la realtà delle tenebre eterne. Nella nostra cultura l’inferno è considerato con tale disinvoltura, come un giuramento, una parolaccia o una minaccia senza riflettere, così che ogni volta che il ministro ne parla, ci deve essere sufficiente gravità e misericordia, altrimenti si corre il rischio di alimentare il cinismo generale delle persone.
“Una persona che realizza in qualunque misura la forza terribile delle parole “inferno eterno” non tacerà a riguardo, ma ne parlerà con tutta la delicatezza possibile”, ha affermato A.A. Hodge.

Considerare l’inferno in modo pastorale
A tal proposito, lasciate che ricordi che il predicatore parla alle persone come parlerebbe ad una famiglia a proposito della morte in talune circostanze straordinarie (la Perdita di un figlio, un suicidio, un cancro o qualche altra malattia mortale, un omicidio, e cose simili).
È necessario essere sensibili ma anche franchi. Molto spesso si comincia cercando di affrontare una tale perdita con una negazione, circumnavigando ed evitando il punto oppure con eufemismi. Il ministro, in una situazione del genere, deve evitare di essere freddo ed insensibile, ma neppure ad acqua di rose o accomodante su eventuali idee sbagliate; deve, per così dire, attrarre l’attenzione sull’elefante presente nella stanza che tutti stanno trascurando.
Stranamente, è questo che spesso porta grande sollievo alla famiglia che ha già parlato ripetutamente con svariati amici che non sono stati capaci di parlare direttamente delle cause della morte, del modo e momento in cui è avvenuta, e neppure della morte stessa in modo chiaro. Il modo esplicito e sensibile del ministro rompe il ghiaccio e permette al cordoglio indescrivibile di esprimersi.
Lo stesso vale per l’inferno; la disponibilità del ministro di rompere il silenzio e di parlare direttamente alle paure e domande nascoste, in modo amorevole con attenzione e sicurezza, insieme a coraggio e convinzione, può portare i suoi ascoltatori ad una certa ricezione e fiducia nelle sue parole.
Parlando del soggetto da un punto di vista vantaggioso di forza e gentilezza permette al ministro di affrontare l’argomento in modo completo, penetrando in aree in cui altrimenti qualche reazione emotiva potrebbe funzionare da profilattico efficace contro la verità della Parola di Dio.

Considerare l’inferno in modo correttivo
Vi potrebbero essere alcuni nella vostra congregazione che sono cresciuti in circoli dove il discepolato cristiano è visto come poco più di una scappatoia dall’inferno. La loro professione pubblica di fede (o, spesso, “decisione”) è fatta a volte solo per avere un certo senso di sollievo dal prospetto di dannazione eterna (un punto di vista cosiddetto ad “assicurazione contro infortuni” della professione cristiana).
Ma il loro interesse in Cristo e nel Cristianesimo sembra fermarsi lì, non vogliono andare all’inferno, certamente, ma se descriviamo loro il punto di vista biblico del discepolato cristiano o del cielo (quale luogo di gioia immensa in Dio), possiamo vedere che l’interesse ed il cuore mancano. Cosa ancora peggiore, alcuni predicatori hanno adottato quest’errore assicurando alle loro congregazioni (magari durante dei servizi funebri o in altre occasioni) dell’assoluta sicurezza della salvezza di qualche persona notoriamente immorale e senza Dio solo perché è andato in chiesa qualche volta quando aveva dieci anni.
Quale modo migliore di convincere le persone che il Cristianesimo fa evitare le cose spiacevoli ed una fine spaventosa, piuttosto che glorificare Dio in questa vita e nella prossima? Il ministro fedele deve essere consapevole di questo problema ed essere capace di affrontarlo nel suo insegnamento in proposito.
Mentre la realtà dell’inferno e della punizione eterna sono state usate dallo Spirito Santo per scuotere molti e farli risvegliare da un sonno letale, nei veri rigenerati c’è sempre una quantità di motivazioni e desideri spirituali aggiuntivi. Vi saranno, perciò, volte in cui il ministro dovrà affrontare il cattivo uso o disuso di questa dottrina, perché è frequentemente risultata (in particolare fra i figli del patto nel contesto dell’evangelicalismo nominale) in un punto di vista mozzato su ciò che la salvezza cristiana realmente racchiude e comprende.

Considerare l’inferno in modo apologetico
Abbiamo anche la necessità di rispondere al sospetto popolare di un disprezzo intellettuale verso questa dottrina. Da una parte, ci possono essere dei laici intellettuali nella congregazione, con convinzioni evangeliche, che sono giunte sotto l’influenza di insegnanti che li hanno destabilizzati per quanto concerne questa dottrina biblica.
Se è così, una parte della vostra predicazione sul soggetto (mentre non perdete di vista il soggetto principale di esposizione del testo) sarà dedicata a rinforzare gli Evangelici che sono scossi dalle critiche contro la dottrina.
Questo potrebbe richiedere di dare velocemente delle risposte ad alcune delle critiche evangeliche accademiche popolari contro la dottrina tradizionale.
Molti studiosi hanno riconosciuto tale bisogno ed hanno detto che il ministro “se il popolo è in pericolo di un errore”, deve “confutarlo correttamente ed impegnarsi a soddisfare i loro ragionamenti e la loro coscienza contro ogni obiezione”.
Essi hanno aggiunto, inoltre: “Se sembra sorgere qualunque dubbio ovvio dalle Scritture, dalla ragione o dal pregiudizio degli ascoltatori, essi hanno il dovere di rimuoverli, rispondendo in modo soddisfacente alla ragione, scoprendo e togliendo via le cause dei pregiudizi e degli errori”.
D’altra parte, si può essere benedetti dalla presenza, nei vostri incontri pubblici, di pagani aperti e interessati che fanno domande; alcuni di loro potrebbero avere dei grossi problemi con l’idea stessa di un posto di tormenti eterni. In tale circostanza magari vorremo riconoscere l’angoscia esistenziale che molti sentono a proposito di questa dottrina e cercano di trovare qualche alternativa (vedere John Piper, Tim Keller o C.S. Lewis), e ricordiamo loro che è il nostro personale e specifico zeitgeist che mette Dio sotto processo per l’inferno e mette in dubbio la sua esistenza a motivo del dolore e della sofferenza in questo mondo.
Il fatto è che, comunque, se l’universo morale presentato dalla Bibbia è la realtà in cui noi effettivamente viviamo, allora il vero problema non è il nostro dolore, quanto, invece, la nostra felicità; non è la giustizia e l’amore di Dio, ma piuttosto la nostra esperienza immeritata di tale giustizia ed amore, non la sofferenza umana, ma il peccato umano senza immediata rappresaglia divina; non la sentenza dell’inferno, ma il dono della croce.
Abbiamo bisogno di leggere, ascoltare e imparare dai grandi apologeti cristiani e predicatori del nostro tempo che affrontano questi (ed altri) soggetti. Mettiamoci alla ricerca di idee e punti di vista con cui e da cui possiamo sorprendere i nostri ascoltatori, per stuzzicare la loro attenzione ed il loro coinvolgimento. Un’utile e suggestiva difesa conosciuta dell’inferno, per esempio, può essere trovata in un articolo di giornale da parte di John Murray Macleod nel Glasgow Herald col titolo “Between the Hard Place and Satan’s Spandau” [“Fra il posto difficile e lo spandau di Satana” – si può accedere ad esso via www.fpcjackson.org – via la pagina “Resources” – “Risorse”], un’altra presentazione potente e sobria si può trovare in A Faith to Live By (“Una fede con cui vivere”) di Donald Macleod (Christian Focus Publications).

Considerare l’inferno in modo esegetico
La maggior parte dei nostri ascoltatori avranno un alto rispetto per l’autorità scritturale, e quindi se si mostra loro dalle Scritture quello che il Signore dice a proposito dell’inferno e della punizione eterna, per loro sarà sufficiente, quindi vogliamo trarre attentamente dal testo stesso la dottrina che vogliamo indicare loro ed incoraggiarli ad abbracciarla. Nel farlo, inoltre, vogliamo affrontare alcuni argomenti collegati che saranno in mente agli studenti della Bibbia più seri. Che cosa ha insegnato l’Antico Testamento a proposito dell’inferno, della morte, del giudizio e della punizione? Quali sono le continuità e le discontinuità fra l’insegnamento dell’Antico e quello del Nuovo Testamento su questi argomenti? In che modo l’idea dello Sheol, dell’Ades e della Geenna si relazionano fra loro? Essi vorranno sapere che tipo di speranza di risurrezione era attesa dai credenti dell’antico patto (Kidner è grande in proposito).
Se essi hanno fatto per caso delle ricerche e letture degli scritti di N.T. Wright, potrebbero essere totalmente confusi sul concetto dei primi Cristiani circa il dopo la morte! Ecco un bel lavoro che possiamo fare, ma se lasciamo che il testo guidi i nostri passi, parlerà da sé, certo la Parola di Dio non torna a vuoto senza aver compiuto la sua opera.

Consideriamo l’inferno in modo cristologico
Forse la cosa più importante di tutte è che c’è un bisogno urgente per noi di approcciare questa verità in modo cristologico, cioè, in rapporto consapevole con la dottrina di Cristo. Lo intendo in almeno due modi.
Primo, c’è bisogno che sottolineamo che quella dell’inferno è una dottrina dominicale inevitabile. L’abbiamo appresa direttamente dalle labbra di Gesù. Nessuno è più responsabile per aver gettato le linee basi principali dell’insegnamento che è così disprezzato ai nostri giorni a proposito dell’inferno, di quanto non sia il Signore stesso; egli ha affrontato il soggetto più di chiunque altro, prestando ad esso più attenzione nello scopo del suo ministero di molti altri temi importanti, e non è neppure da sorprendersi che egli ne abbia parlato così tanto e così spesso, con un senso di sensibile attesa: è stato lui stesso a crearlo e soltanto lui fra gli esseri “umani” ne ha sperimentato il tormento.
In ultima analisi, dunque, noi crediamo nell’inferno perché crediamo in Gesù, il che significa che se qualcuno vuole combattere contro la possibilità di un inferno, le sue argomentazioni non sono dirette contro il predicatore, ma contro il Creatore-Salvatore stesso, e questo non è un contrasto a cui si ardirebbe ambire.
Secondo, la nostra predicazione sull’inferno deve essere cristologica nel senso che deve essere stabilita nel contesto della croce. Per molti l’inferno rappresenta una problematica teodicea. Come alcuni suggeriscono che il problema del male chiama in questione la bontà o l’esistenza dell’Iddio sovrano, allo stesso modo l’inferno è tirato fuori come ultima risorsa contro l’amore, la misericordia e la grazia dell’Iddio Cristiano.
“Come si può credere”, essi dicono, ”in un Dio che manda persone all’inferno?” Ebbene, la risposta è: “Guardate alla croce!” e vi darò un problema più grande da prendere in considerazione: il fatto che Cristo è stato abbandonato sulla croce è un problema filosofico-teologico molto più grande di quello dell’inferno.
Perché dico questo? Perché alla croce l’ira di Dio ha colpito in quel luogo l’unica persona nell’universo che non aveva alcun dovere di colpire: l’incarnato e perfetto Figlio di Dio senza peccato e macchia alcuna. Si tratterebbe di un atto di ingiustizia di gran lunga più grande di quanto potremmo concepire. Nessuna accusa è mai stata meno meritata. L’inferno, dall’altra parte, è qualcosa di meritato.
È questo che ha un senso più logico e ragionevole; questa logica è inesorabile; quelli che rinunciano a Dio in questa vita rinunciano a lui anche nella prossima. Si tratta di pure giustizia, anche, in un certo modo scelta inavvertitamente ed auto-imposta. L’inferno è il quid pro quo ultimo e definitivo, la ricompensa eterna di ogni pelagiano.
Ma ora c’è il labirinto della croce; quando contempliamo la croce adeguatamente dobbiamo prendere in considerazione seriamente non solo la sua brutalità, ma anche la sua ingiustizia, alla luce della completa perfezione morale e di quanto essa è illimitatamente preziosa agli occhi del Padre.
Contro di lui non c’erano alcune motivazioni intrinseche per meritare alcuna condanna, né accuse. Considerata in questo contesto, la croce sembra contraddire e chiamare in questione la stessa giustizia di Dio, eppure il messaggio centrale del Vangelo paolino è che questo piano, che sembra a prima vista di minare l’idea della giustizia di Dio, è stata in realtà la strategia divina nella dispensazione della sua grazia.
Come può essere? Perché, sebbene non vi fosse alcun motivo né fondamento per la condanna di Cristo, è stata, per la grazia di Dio, una base estrinseca localizzata nella sua unione federale con il suo popolo. Grazie a questo rapporto di patto, egli è stato considerato responsabile e vulnerabile circa il peccato e la punizione di tutte le sue pecore nella sua sostituzione vicaria.
In tal modo la croce è stata liberate e redenta dall’ingiustizia e, quindi, è stata ed è lo strumento divino per rivelare “la giustizia di Dio” (Romani 1:17). Questi pezzi misteriosi dell’inferno, per quanto profondi, non possono completare il quadro generale della grazia.
L’inferno è la paura subconscia dell’umanità, perché noi sappiamo nel nostro profondo che questo è ciò che meritiamo, anche se digrigniamo i denti contro Dio in proposito (come fanno gli abitanti della Geenna), ma la grazia è anti-intuitiva, è la cosa più dura da far credere al mondo.
Adesso siamo perfettamente familiari con il consiglio di Spurgeon spesso citato che si prendono più insetti con il miele che con l’aceto, ma questo non deve essere una scusa o preso come giustifica per assecondare o tralasciare la verità dell’inferno nella nostra predicazione; sappiamo bene che Spurgeon non l’ha fatto!
No, l’inferno è una realtà che pone il cielo per grazia in grande risalto; esso dice al peccatore per mezzo di rivelazione speciale quello che egli conosce per mezzo della rivelazione generale e per imago Dei (immagine di Dio) che un giorno la sua anima gli sarà richiesta e ci sarà una resa dei conti, la giustizia di Dio sarà applicata ed il peccatore non redento meriterà la dannazione.
Poi, insieme a questa verità dell’inferno, si presenta il Vangelo e dice: “Sì, la giustizia di Dio sarà fatta, in questo modo o in un altro”.
Una persona può trovarsi davanti al tribunale con la propria bontà e giustizia personale, oppure rivestito di Cristo e della sua giustizia; una persona può ricevere il salario che ha meritato personalmente, oppure quello meritato da Cristo. La differenza sarà allora definitiva ed eterna.


Ligon Duncan è Cancelliere del Reformed Theological Seminary e Professore di Teologia Sistematica di John E. Richards RTS.

Testo pubblicato originariamente sul sito di reformation21. Tradotto e riprodotto qui con l’autorizzazione da parte dell’editore Alliance of Confessing Evangelical. Il suo utilizzo totale o parziale è proibito in ogni forma previa richiesta e autorizzazione di SoliDeoGloria. Il contenuto del presente articolo non è alterabile o vendibile in alcun forma.
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